Scegliere le piante per un terrario: quali reggono e quali no
Un terrario chiuso è un ambiente che non cambia mai: 90% di umidità, aria ferma, luce filtrata dal vetro e spazio che non cresce. Quali specie ci prosperano davvero, quali muoiono lentamente, e perché le Alocasia non ci vanno.
Chi apre un terrario per la prima volta sceglie le piante guardando come sono fatte. È il criterio sbagliato, ed è il motivo per cui il primo terrario di quasi tutti, dopo quattro mesi, è una scatola di vetro con dentro tre piante morte e un muschio che se la cava.
La domanda giusta non è quale pianta è bella. È quale pianta tollera, per sempre e senza pause, le quattro condizioni che un terrario chiuso impone.
La prima è l'umidità che non scende mai. Dentro un contenitore chiuso l'aria sta stabilmente fra l'85 e il 95 per cento. Per una pianta di sottobosco tropicale è casa; per quasi tutto il resto è una condanna a marcire, perché le foglie restano bagnate e i tessuti non asciugano mai.
La seconda è l'aria ferma. Anche con uno spiraglio, dentro un terrario non c'è vento. L'aria immobile è la condizione in cui i funghi lavorano meglio, ed è la ragione per cui le piante con foglia vellutata — quelle che tutti vogliono — sono le prime a cedere: il velluto trattiene l'acqua contro il tessuto e non la lascia andare.
La terza è la luce che passa dal vetro. Il vetro ne toglie una parte, e il coperchio un'altra ancora. Chi tiene un terrario a un metro dalla finestra sta dando alle piante molta meno luce di quanta creda. Una barra LED bassa risolve, e costa meno che rifare la composizione.
La quarta, quella che nessuno considera, è che lo spazio non cresce. Le piante sì. Una composizione bella al primo mese diventa un groviglio al sesto, se le specie scelte hanno una taglia adulta più grande del contenitore.
Cosa ci sta davvero
Le piante che funzionano vengono tutte dallo stesso posto: il suolo della foresta tropicale, sotto la volta, dove l'aria è satura e la luce arriva già filtrata dalle chiome. Le begonie rizomatose a foglia piccola stanno benissimo, e sono anche le più belle sotto una luce radente. Le Sonerila e le Bertolonia — melastomatacee minute, con le nervature che riflettono — sono nate per questo ambiente, e fuori dal terrario in casa si coltivano a fatica. Le Selaginella coprono il fondo e diventano il tappeto su cui appoggia tutto il resto. Le felci di piccola taglia danno l'altezza. La Fittonia è la pianta d'ingresso: costa poco, perdona quasi tutto, e segnala i problemi prima delle altre perché appassisce vistosamente e si riprende in un'ora.
Cosa non ci sta, per quanto lo si voglia
Le succulente e i cactus, ovviamente: sono l'errore da vetrina dei negozi che vendono terrari di piante grasse chiusi, cioè oggetti progettati per marcire. Ma l'errore più frequente fra chi già coltiva è un altro: le Alocasia. Sono le piante che tutti vogliono dentro un terrario, e sono anche le più sbagliate. Crescono in fretta, arrivano a una taglia che il contenitore non regge, e quelle a foglia vellutata — Black Velvet, Frydek, Infernalis — con l'aria ferma e la foglia perennemente bagnata prendono marciume in poche settimane. Lo stesso vale per le Monstera e per qualsiasi rampicante vigoroso: in due mesi hanno riempito tutto, in tre schiacciano il resto.
La regola sulla taglia, detta in modo utile: scegli le piante guardando quanto diventano grandi, non quanto sono grandi adesso. Una pianta comprata piccola non resta piccola perché il contenitore è piccolo. Rallenta, si deforma, e poi soffoca quello che ha intorno.
Come si costruisce la composizione, in tre strati
Il fondo è il tappeto: muschi vivi e Selaginella, che coprono il substrato e tengono l'umidità in basso. Il mezzo è il corpo della composizione, ed è dove vanno le begonie rizomatose e le melastomatacee. Sopra sta una pianta sola che dà altezza, una felce o una begonia più eretta. Una sola: due punti alti in un contenitore piccolo si fanno ombra a vicenda, e il terrario perde profondità.
Il numero di specie è quasi sempre eccessivo. In un contenitore da venti o trenta centimetri, tre specie sono già tante. Cinque danno un effetto disordinato al primo mese e una competizione vera al terzo. Meglio tre specie in più esemplari che sei in uno solo: si legge meglio, e quando una fallisce non lascia un buco.
La quarantena non è un consiglio, è la parte che decide se il terrario dura. Un terrario chiuso è l'ambiente ideale anche per i parassiti: caldo, umido, senza predatori e senza aria che li disturbi. Una cocciniglia che entra insieme a una pianta nuova, dentro il vetro, si moltiplica a una velocità che all'aperto non ha. Ogni pianta che entra sta prima due settimane fuori, da sola, e le si guarda sotto le foglie.
Talee o piante radicate
Dentro un terrario si mettono solo piante che hanno già radici. Una talea messa a radicare direttamente nella composizione ha buone probabilità di farcela, perché l'umidità è quella giusta; ma se marcisce lo fa dentro, a contatto con il substrato di tutte le altre, e in un ambiente saturo il marciume non resta dove è nato.
Una combinazione con cui partire, se è il primo
Contenitore da venticinque centimetri con coperchio: fondo di sfagno, perlite e biochar; un tappeto di Selaginella; due begonie rizomatose a foglia piccola su lati opposti; una Fittonia davanti, che fa da sentinella dell'acqua; una felce piccola dietro, per l'altezza. Cinque piante, quattro specie. Barra LED a quindici centimetri dal vetro, dieci ore al giorno.
Chiuso o aperto
Chiuso significa umidità costante e quasi nessuna manutenzione, ma anche zero tolleranza sugli errori: se una pianta marcisce, il problema resta dentro. Aperto significa dover nebulizzare, ma anche poter intervenire. Per le specie di cui si parla qui — Sonerila, Bertolonia, begonie da sottobosco — chiuso è l'unica strada che le tiene davvero bene.
Cosa guardare, dopo
La condensa dice tutto: se il vetro è appannato in modo uniforme la mattina e si schiarisce nel pomeriggio, l'equilibrio è giusto. Se resta appannato tutto il giorno c'è troppa acqua e va aperto qualche ora. Se non si appanna mai, il terrario sta perdendo umidità e la chiusura non tiene. La muffa bianca sul legno nelle prime settimane è normale e passa da sola; quella grigia e pelosa sulle foglie no, e va tolta subito insieme alla foglia.